7 novembre: don Carlo De Ambrogio

7 novembre: don Carlo De Ambrogio

LA PAROLA DI DIO FU IL GRANDE AMORE DI DON CARLO

«Dio ci parla; tocca a noi ascoltare, metterci in ascolto, captarne la voce.

La nostra santificazione è legata alla penetrazione sempre più profonda della Parola di Dio. Bisogna lasciare a ogni Parola di Dio quel suo lampeggiamento divino inaudito, quella sua profondità vertiginosa.

La Parola di Dio sprigiona in noi la luce dello Spirito Santo e ci fa entrare nell’ottica stessa di Dio anche quando “i suoi pensieri non sono i nostri pensieri” (cfr. Is 55,8).

 

Laureato in Lettere e diplomato alla Scuola di Giornalismo con Sr. Lucia De Gasperi, aveva un modo di porgere i contenuti scolastici che incatenava i giovani. Riviveva il Metodo Preventivo di S. Giovanni Bosco incarnandolo in una maniera estremamente perso­nale, che affascinava i giovani. Quando poi passò alla Direzione di Meridiano 12, riversò lo stile giornalistico che gli era connaturale in centinaia di articoli, condensati di romanzi e racconti che avevano una presa diretta sui lettori. Dalla medicina alla musica, dall’astrono­mia alla politica, dalla narrativa alla fisica, dalla psicologia all’economia, penetrava i fatti con lucidità e vivacità e li porgeva in anteprima, grazie alle sue vaste conoscenze linguisti­che. Era un potente assimilatore (poteva leggere un libro per notte con il metodo cosiddetto dell’”­occhio al centro”), ma rifondeva tutto nella trasparenza del suo essere per ridonarlo con la freschezza di una nuova creazione. Diceva: «Il genio ha la sua sorgente nello Spirito Santo».

Quando spiegava la Parola di Dio inseriva piacevolmente la ricchezza delle sue conoscenze, ma siccome era una creatura senza ripiegamenti e molto pura, l’effetto che provocavano quelle nozioni era un servizio autentico alla Parola, che era vestita a festa, con colori vivaci, piacevoli, e veniva ricordata e assimilata con estrema facilità.

Si adattava al tipo di uditori con una finezza psicologica straordinaria: parlava a tutti, ma ognuno avvertiva quella Parola come un dono rivolto a lui personalmente. Personalizzare la Parola di Dio in modo da renderla nell’oggi di ogni esistenza, fu un segreto che gli valse tanta popolarità. Infilava suggerimenti pedagogici, sottili analisi psicologiche, piacevoli aneddoti presi dalla vita quotidiana, tutto perché ognuno accogliesse il messaggio dello Spirito come qualcosa di unico.

Conosceva le lingue orientali, non solo per gli studi biblici, ma per la continua comunione con le fonti originali della Parola (il greco lo possedeva a perfezione). Negli anni ’60 fu invitato molto sovente a tenere Corsi biblici, Ritiri spirituali, Conferenze, Dibattiti sulla Parola di Dio, come egli preferiva chiamare la Sacra Scrittura.

Racconta Sr. E., una Figlia di Maria Ausiliatrice che, come tante altre, non perdeva nessuna Conferenza o Corso biblico tenuto da Don Carlo, che il primo anno che lo conobbe passava le notti intere a rileggere i Libri Sacri dopo averli ascoltati dalla viva voce di Lui. Se ne innamorò talmente, che per lei dire “Don Carlo” equivaleva dire “Parola di Dio”.

Al gruppo di studenti del Politecnico di Torino a cui D.Carlo tenne per anni incontri serali sulla Bibbia – da notare che si riunivano in una soffitta per poterci stare tutti con le fidanzate o consorti – dette una tale iniezione di entusiasmo per la Parola di Dio che uno di loro dovette confessargli: «È un virus che quando ti si attacca non ti lascia più».

Don Carlo creava lo stupore di fronte alla presenza di Dio viva, così come gliela donava il testo Sacro, per cui cadeva la voglia di discutere e nasceva quell’amore per la Parola di Dio che portava l’anima a non separarsene più. Diceva: «Dio è presente nell’Eucaristia sotto le apparenze del Pane, ma è presente nella sua Parola, sotto le apparenze della terminologia uma­na». Oppure: «La fede è ascolto della Parola di Dio». Erano gli slogans dell’anima, e calavano dentro senza poterli discutere o sezionare. Possiamo benissimo spiegarci che accogliere la Parola in un certo modo è questione di fede, e che senza fede non c’è adorazione della Parola, ma soltanto conoscenza più o meno razionale.

Dal mistero di Maria, la “Mamma Celeste”, la “Tutta-Verbizzata”, che custodiva nel suo Cuo­re tutti gli avvenimenti e le Parole del Figlio, la Parola attingeva le risorse dello Spirito per venire annunciata a tutti, attraverso i piccoli, cioè quella fetta particolare di laici che sono i giovani. Essi mettono a disposizione dell’annuncio la loro fede assoluta nella potenza creatrice della Parola stessa e nell’amore indiscusso del Padre Celeste, unendovi l’entusiasmo e la ca­rica dei loro giovani anni.

Mentre ai giovani veniva affidata la delicata missione dell’annuncio, disposti a darne testimo­nianza con la vita, alle anime consacrate, – l’altra porzione a cui il Padre l’aveva destinato -­ Don Carlo affidava il compito di sostenere i giovani e custodire la Parola, come Maria, la Ver­gine di Nazaret e del Cenacolo.

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