Messalino di Lunedì 22 Novembre

Messalino di Lunedì 22 Novembre

 

Dal libro del profeta Daniele (1,1-6.8-20)

L’anno terzo del regno di Ioiakìm, re di Giuda, Nabucodònosor, re di Babilonia, marciò su Gerusalemme e la cinse d’assedio. Il Signore diede Ioiakìm, re di Giuda, nelle sue mani, insieme con una parte degli arredi del tempio di Dio, ed egli li trasportò nel paese di Sinar, nel tempio del suo dio, e li depositò nel tesoro del tempio del suo dio.
Il re ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani israeliti di stirpe regale o di famiglia nobile, senza difetti, di bell’aspetto, dotati di ogni sapienza, istruiti, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, e di insegnare loro la scrittura e la lingua dei Caldèi. Il re assegnò loro una razione giornaliera delle sue vivande e del vino che egli beveva; dovevano essere educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero entrati al servizio del re. Fra loro vi erano alcuni Giudei: Daniele, Ananìa, Misaèle e Azarìa.
Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con le vivande del re e con il vino dei suoi banchetti e chiese al capo dei funzionari di non obbligarlo a contaminarsi. Dio fece sì che Daniele incontrasse la benevolenza e la simpatia del capo dei funzionari. Però egli disse a Daniele: «Io temo che il re, mio signore, che ha stabilito quello che dovete mangiare e bere, trovi le vostre facce più magre di quelle degli altri giovani della vostra età e così mi rendereste responsabile davanti al re». Ma Daniele disse al custode, al quale il capo dei funzionari aveva affidato Daniele, Ananìa, Misaèle e Azarìa: «Mettici alla prova per dieci giorni, dandoci da mangiare verdure e da bere acqua, poi si confrontino, alla tua presenza, le nostre facce con quelle dei giovani che mangiano le vivande del re; quindi deciderai di fare con i tuoi servi come avrai constatato».
Egli acconsentì e fece la prova per dieci giorni, al termine dei quali si vide che le loro facce erano più belle e più floride di quelle di tutti gli altri giovani che mangiavano le vivande del re. Da allora in poi il sovrintendente fece togliere l’assegnazione delle vivande e del vino che bevevano, e diede loro soltanto verdure.
Dio concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni sapienza, e rese Daniele interprete di visioni e di sogni.
Terminato il tempo, stabilito dal re, entro il quale i giovani dovevano essergli presentati, il capo dei funzionari li portò a Nabucodònosor. Il re parlò con loro, ma fra tutti non si trovò nessuno pari a Daniele, Ananìa, Misaèle e Azarìa, i quali rimasero al servizio del re; su qualunque argomento in fatto di sapienza e intelligenza il re li interrogasse, li trovava dieci volte superiori a tutti i maghi e indovini che c’erano in tutto il suo regno.

* Preparati da una vita pura e da una ascèsi che domina il corpo e gli ostacoli che si oppongono a una intensa vita spirituale, Daniele e i compagni ricevono la saggezza da Dio, che ne è l’origine. La saggezza è il primo fine della educazione antica.

 

Salmo Responsoriale (Cant.: Dn 3,52-56)
A te la lode e la gloria nei secoli.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri,
benedetto il tuo nome glorioso e santo.

Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso,
benedetto sei tu sul trono del tuo regno.

Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi
e siedi sui cherubini,
benedetto sei tu nel firmamento del cielo.

 

Canto al Vangelo (Mt 24,42)
Alleluia... Vegliate e tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Alleluia.

Dal Vangelo secondo Luca (21,1-4)

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

* La grandezza incommensurabile del dono della povera vedova sta nel fatto che il suo è il dono di una fede libera e fiduciosa.

 

Spunti di Riflessione

Tutta la vita che aveva
Il sacerdote stava all’entrata della sala del Tesoro; lì riceveva i doni che servivano alla manutenzione del Tempio. Il donatore doveva pronunciare ad alta voce la somma offerta. L’offerta della vedova, due spiccioli, era irrisoria in confronto alle offerte degli altri. Dava «tutto quello che aveva per vivere», l’ultima cosa che la separava dalla privazione totale, dalla fame e dalla morte: metteva tutta se stessa a disposizione di Dio. Diventava in tal modo l’immagine della fede.
A Dio non si deve tanto né poco né nulla: tutto ciò che siamo e abbiamo è dono gratuito del suo amore per noi. «Noi siamo suoi» (Sal 100,3). L’unica cosa da fare è corrispondere liberamente a questo amore totale (cfr 10,27). Così ci realizziamo nella nostra essenza di uomini, che è quella di essere uguali a lui che è Amore. Questa donna fa con semplicità ciò che è impossibile a tutti (cfr Lc 18,22.27): dona tutto. Ciò le è possibile perché ama come è amata. Essa è uno dei poveri ai quali è dato il Regno (cfr Lc 6,20). Fa parte del piccolo gregge dei figli: libera dall’affanno della vita, ha il suo cuore dove è il suo tesoro (cfr Lc 12,22-35). Riconosce in concreto il suo Signore, donando la sua vita a colui che l’ha donata per lei, in una perfetta reciprocità d’amore.

 

La Parola per me, Oggi

Noi dobbiamo donare, offrire ciò che «possediamo», ciò che amiamo di più, ciò che costituisce la verità e il profondo della nostra vita.

 

La Parola si fa Preghiera

Prendi e ricevi, Signore, tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto, la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo. Tu me l’hai dato: a te, Signore, lo restituisco. Tutto è tuo; disponine secondo la tua volontà. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, e sono ricco abbastanza. (Ignazio di Loyola)

 

 

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